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La mattina del 15 giugno 1994,
Sua Santità Tenzin Gyatso, XIV
Dalai Lama, ha visitato Pennabilli, città di
fra' Orazio Olivieri, in occasione del 250° anniversario della morte del missionario che
partì alla volta del Tibet nel 1712 e salvo una breve interruzione vi rimase
fino alla sua morte nel 1745, dedicando la sua vita alla missione
cristiana in Tibet.
Dopo una cerimonia di
benvenuto, mentre dalle finestre del centro storico scendeva una pioggia di
petali colorati, Sua Santità ha scoperto una lapide sulla facciata della casa
natale del frate cappuccino. Ha visitato in seguito una mostra documentaria
sull'opera di fra' Orazio in Tibet e messo a dimora un gelso nell'Orto dei
frutti dimenticati.
Centinaia di persone raccolte in piazza Vittorio Emanuele II hanno ascoltato
commosse le parole del Dalai Lama ed un applauso fragoroso ha salutato i
rintocchi della campana di fra' Orazio registrati in Tibet.
Il discorso del Dalai Lama
pronunciato in piazza V. Emanuele II in Tibetano
e tradotto in simultanea da Luca Corona, interprete ufficiale italiano del Dalai
Lama.
"Vorrei ringraziare le
autorità, il Sindaco, il presidente della Provincia, il prefetto e
particolarmente il rappresentante dei Cappuccini e il mio amico Nunzio
Apostolico (Arciv. Pietro Sambi, Nunzio Apostolico in Indonesia) per avermi dato
la possibilità di incontrarvi in questa occasione così importante, perché ci
ricorda un evento della storia veramente degno di essere ricordato.
Arrivando qui devo dire che ho provato una forte emozione, una nuova emozione,
qualcosa di mai provato prima, un'esperienza intensa.
Da una parte mi sono venuti in mente gli avvenimenti di 250 anni fa, dall'altra
parte mi sono anche ricordato di quanto è cambiato da quel periodo, da quei
tempi, ad oggi.
E quel vostro concittadino che visse 250 anni fa, Orazio della Penna, era senza
dubbio una persona fuori dal comune, in quanto dotato di grande coraggio e
grande determinazione.
E inoltre l'aver visto una foto della campana che egli portò a Lhasa e
soprattutto aver sentito il suono di questa campana mi ha dato una sensazione
veramente molto intensa, soprattutto per il fatto che da molti anni non vedo più
il mio Paese.
Di fronte a me,
su
questa collina è il simbolo, la Croce, di una delle grandi religioni del mondo e
appena sotto sono le bandiere di preghiera tibetana, simbolo anch'esse di una
delle grandi religioni del mondo, il buddismo. E poi, visto da qui, il convento
sembra moltissimo uno degli eremi del Tibet.
Quindi, in un ambiente cosi significativo, ci siamo ritrovati tutti insieme,
persone appartenenti a diverse culture, diverse razze, diversi credo religiosi,
e ci siamo dimenticati di queste differenze, ci siamo ritrovati tutti insieme e
ci sentiamo tutti uniti da qualche cosa e penso che questo sia un momento
veramente straordinario.
Io penso, e in genere lo ripeto continuamente, che è proprio quel sentimento di
simpatia di affetto che si può avere gli uni nei confronti degli altri, che
hanno il potere di risolvere i problemi del mondo. Mentre invece se questo
sentimento manca, se l'amore verso il prossimo non è sufficiente, allora benché
tutti noi siamo esseri umani e allo stesso modo dipendiamo strettamente gli uni
dagli altri, a questo buon sentimento si sostituisce invece un atteggiamento
egoista e quindi l'interesse a fare del male agli altri per potere ottenere il
proprio vantaggio. Ecco che quella è proprio la causa di ogni problema e alla
base di ogni conflitto di questo mondo. Se noi vogliamo veramente promuovere la
pace dobbiamo assumerci la responsabilità di questo.
Quindi oggi, dalla ricorrenza di eventi avvenuti 250 anni fa, penso che possiamo
trarre due insegnamenti principali.
Il
primo insegnamento che possiamo trarre è il seguente: pensate a quest'uomo, 250
anni fa, di questo piccolo paese, che da solo partì per l'Oriente, allora,
superò la grande catena dell'Himalaya, arrivò in questo lontanissimo paese, il
Tibet, rimase là lunghi anni, studiò la lingua, studiò la cultura e compose,
come prima accennava il Frate Cappuccino, il primo dizionario tibetano italiano,
che poi venne usato in tempi successivi da diversi studiosi quindi, guardate
come una persona, al momento in cui riesce a generare un forte coraggio e una
forte determinazione, riesce a fare delle cose così grandi. Ecco, questo credo
sia il primo insegnamento, la cosa di cui noi tutti ci dobbiamo ricordare quando
ci sentiamo scoraggiati e pensiamo: ma io sono solo uno, anche se ho queste
aspirazioni, come faccio io da solo a raggiungerle. Ecco, questo è un
atteggiamento sbagliato, bisogna proprio, prendendo esempio da questi uomini, da
uomini come Orazio della Penna, generare un forte coraggio e appunto una forte
determinazione.
Il secondo insegnamento che possiamo trarre, considerando l'epoca in cui questo
viaggio avvenne, è che allora le varie nazioni, i vari gruppi umani, erano molto
isolati, tanto più questo valeva per il Tibet, d'altra parte la sua posizione
geografica stessa lo isolava dai contatti con le altre nazioni, la grande catena
dell'Himalaya a sud, le regioni montagnose dell'est, i grandi spazi disabitati
del nord e quest'uomo invece viaggiò, superò tutte queste difficoltà, arrivò nel
paese, studiò la cultura e soprattutto creò questa relazione di armonia con i
governanti e i religiosi del Tibet e questa è una cosa estremamente importante e
che vorrei sottolineare.
Io ho visto un documento scritto dal leader tibetano di quel momento, Mivagn
Polonas, che osannava le qualità di questi missionari. Certo, è vero, che la
ragione per cui essi viaggiarono nel Tibet fu per diffondere la religione
cattolica, però non fecero solo questo, quello che loro fecero e che appunto mi
colpisce di più è proprio questa opera di studio che riportò alla comprensione
ed eventualmente all'armonia fra questi due credo religiosi.
Ecco, questo avvenne 250 anni fa, in quella particolare situazione. Oggi, per
noi invece possiamo comunicare molto più facilmente, viaggiare, incontrarci come
e quando vogliamo, questo diventa molto più semplice e quindi bisogna trovare
continuamente occasioni per farlo.
I
giorni scorsi pioveva molto, mentre invece oggi il sole picchia, quindi non mi
voglio dilungare troppo, perché altrimenti questo potrebbe crearvi dello
sconforto. Vorrei ancora ringraziare tutti quanti, vorrei ringraziare
soprattutto il Sindaco (ing. Roberto Busca) perché quando l'ho visto, quando ci
siamo incontrati, ho proprio sentito da lui questo forte sentimento di amicizia
e vorrei anche ringraziare il Rappresentante dei Cappuccini (padre Angelico
Violoni) per le parole che ha detto nel suo discorso, soprattutto del suo
desiderio, della sua preghiera che il Tibet non diventi come la Bosnia, ecco
questa è una cosa che mi ha profondamente colpito; lo ringrazio.
Volevo anche ringraziare del momento di ilarità che è stato poc'anzi provocato
dalla chiave sparita*".
* La simbolica 'Chiave della città' che è stata consegnata a
S.S. Tenzin Gyatso soltanto dopo alcuni minuti dall'annuncio perché... non si
trovava più.
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